In attesa di conoscere il programma, ecco la nuova veste grafica: un universo sotterraneo popolato da minatori-goblin, una sala cinematografica abitata da creature psichedeliche e, sul grande schermo, un omaggio a Ingmar Bergman. È l’immaginario scelto da Tommaso Buldini, uno degli artisti italiani più originali nel dialogo tra pittura, animazione e immaginario contemporaneo.
Robotina trasforma il manifesto in un universo animato con le musiche di Angus Bit.
Due progetti di arte visiva che nascono dal lavoro di Valentina e Nicole Bertani, che quest’anno firmano l’art direction dell’identità visiva di CFF. La loro ricerca ha individuato in Buldini l’autore capace di interpretare Carbonia e il suo rapporto con il cinema attraverso un linguaggio visionario, psichedelico e profondamente legato alla dimensione fantastica.
«Ho seguito il flusso di immaginazione che mi accompagnava da bambino, quando passavo le mie vacanze in Sardegna», racconta Buldini. Nella sua memoria infantile, Carbonia era prima di tutto un nome evocativo: quasi una città uscita da un fumetto, un pianeta alieno, un luogo misterioso. Un’associazione rafforzata dal suono della parola, che gli ricordava le copertine di Urania, la collana di fantascienza molto amata dal padre.
Da questa suggestione nasce una Carbonia immaginaria, sotterranea e fantastica: una città fatta di tunnel misteriosi, abitati da minatori dall’aspetto di goblin, lavoratori instancabili che vivono sottoterra a lume di candela. Sopra questo mondo si apre una sala cinematografica gremita dalle creature psichedeliche che popolano l’universo artistico di Buldini, trasformate per l’occasione in spettatori e giudici del Festival. Sul grande schermo compare invece un omaggio a Ingmar Bergman, regista che, attraverso film come Il settimo sigillo, ha rappresentato per Buldini una delle porte d’ingresso verso un’idea di cinema distante da quella dei grandi blockbuster.

Alla costruzione dell’animazione hanno lavorato Yassmin Yaghmai e Sara Taigher di Robotina, contribuendo a definire una dimensione visiva dinamica, surreale e onirica. Il loro intervento porta l’opera di Buldini in una nuova dimensione, facendo dialogare il segno originale con il movimento e conservandone al tempo stesso l’identità.
«È stato molto divertente creare questa mini narrazione dal lavoro meraviglioso di Tommaso», spiegano Taigher e Yaghmai. «Data la complessità e ricchezza di dettaglio dell’illustrazione, ci è venuto naturale svelare un pezzetto alla volta questo mondo magico sotterraneo. La traccia scelta, che si accorda molto bene con il tratto straniante, ci ha guidato nel ritmo del montaggio».

La nuova veste grafica non riguarda però soltanto il manifesto e la sigla. Per questa edizione Valentina e Nicole Bertani hanno scelto di intervenire anche sul logo del Festival, attraverso una vera e propria reinterpretazione, un «takeover» che ne modifica volutamente la natura.
Il logo originale è stato ridisegnato a mano, avvicinandolo a un universo pittorico. La forma diventa così più libera, imperfetta, materica e, proprio per questo, più punk. Una scelta che nasce anche dalla volontà di valorizzare l’imperfezione del segno, la fisicità del gesto, la materia e quella componente umana che rende ogni intervento irripetibile.
«È una direzione che ci interessa particolarmente in un momento storico in cui le tecniche manuali sono sempre meno presenti nella comunicazione visiva e nell’immaginario contemporaneo», spiegano Valentina e Nicole Bertani. «Abbiamo scelto di valorizzare proprio ciò che il digitale tende a eliminare: l’imperfezione, il segno, la fisicità del gesto e la possibilità che ogni elemento conservi una piccola parte dell’intervento umano».
Anche la musica della sigla nasce da una ricerca legata al territorio. Per costruire un linguaggio sonoro capace di dialogare con le immagini e con l’identità del Festival, la direzione artistica ha rivolto la propria attenzione a giovani artisti sardi, cercando una musica in grado di evocare la Sardegna senza ricorrere a rappresentazioni stereotipate, ma mettendo in relazione memoria, folklore, contemporaneità e ricerca.
La scelta è caduta su Angus Bit, artista e produttore, la cui ricerca intreccia elettronica, campionamento e suggestioni legate al territorio. Il suo intervento, come musiche tratte dal brano Zizzimureddu, accompagna le immagini di Buldini e Robotina con una dimensione sonora che contribuisce a costruire un immaginario contemporaneo, nel quale la Sardegna emerge non come sfondo ma come una delle matrici del racconto.